ANALISI DEL CONSIGLIO COMUNALE DEL 26 GENNAIO

ANALISI DEL CONSIGLIO COMUNALE DEL 26 GENNAIO

A Modugno, il Consiglio comunale torna a parlarsi addosso con un peso diverso sulle spalle: non più solo delibere e schermaglie di rito, ma la necessità di reggere l’urto politico e simbolico di una fase straordinaria.

Dopo l’inchiesta esplosa il 5 novembre 2025 (con l’arresto dell’allora assessore Antonio Lopez, candidato alle regionali con Forza Italia, e con il sindaco Nicola Bonasia indagato), la partita si è spostata sul terreno istituzionale.

Il 12 dicembre 2025 il prefetto di Bari ha nominato una Commissione d’Indagine ai sensi dell’art. 143 del TUEL (D.Lgs. 267/2000), incaricata di verificare l’eventuale presenza di infiltrazioni o condizionamenti: è il passaggio che, in gergo, molti chiamano “commissione d’accesso” o “accesso antimafia”, ma nei comunicati ufficiali ricorre la dicitura Commissione d’Indagine e si parla di accesso ispettivo negli uffici comunali.

Dentro questo quadro si innesta un ulteriore dettaglio politico, delicato: nelle notizie di quei giorni si sottolinea che Lopez risulta l’unico finito in carcere. Le ragioni cautelari complete stanno negli atti, ma nella cronaca giudiziaria spesso la custodia in carcere viene motivata anche con esigenze come il rischio di reiterazione o inquinamento. Qui, se ne può discutere solo in termini di possibilità e non di certezza, perché la “meccanica” precisa è nelle ordinanze e nei provvedimenti.

In questo clima, ogni frase pesa doppio: perché non parla solo del presente, ma di quanto la città ritenga ancora credibile sé stessa.

Il discorso del sindaco: la commozione, la “scelta pubblica” e il patto con la fine della legislatura

Nel suo intervento, Bonasia appare emotivamente provato (nel video pubblicato sulla sua pagina ufficiale la commozione si percepisce) e compie un passaggio politico netto: annuncia pubblicamente che non si ricandiderà alla prossima tornata amministrativa.

Il messaggio, però, non è un “mi faccio da parte domani”. È piuttosto: resto fino a fine mandato, ma senza chiedere un nuovo credito elettorale. Da qui l’asse retorico che attraversa il suo discorso: responsabilità, tutela della città, difesa della continuità amministrativa, e insieme la consapevolezza che l’accostamento del nome “Modugno” a parole come mafia o condizionamento è una sconfitta collettiva (politica, istituzionale, identitaria).

Sul contorno, circola un retroscena che in città molti danno per vero e che va maneggiato con i guanti: si sarebbe mossa una mobilitazione su WhatsApp tra fedelissimi per “fare quadrato” durante il discorso. Non è un elemento che, allo stato, noi di Cardonews possiamo attribuire a fonti pubbliche verificabili: resta un’indiscrezione di contesto, utile solo a leggere il clima da “assise decisiva”, non come fatto accertato.

E poi c’è un cortocircuito più ampio, che esplode proprio mentre si prova a invocare sobrietà: lo scontro con “la stampa” come antagonista. Ed è qui che la politica locale mostra una doppia faccia che molti, fuori dall’aula, sottolineano: Modugno ha ospitato pochi mesi prima un evento pubblico con Sigfrido Ranucci (Report), celebrando il valore del giornalismo, mentre nell’aula il linguaggio contro i media diventa spesso muro, non dialogo. Il dato dell’evento è pubblico; le dinamiche “da selfie” sono invece materia di percezione cittadina e commento politico.

Cassano e il “superamento” delle trincee: apertura alla minoranza, ma senza finzioni

Uno degli interventi più importanti avvenuti durante la celebrazione del consiglio è rappresentato dal tentativo di Emanuele Cassano di spostare il baricentro dalla geometria “maggioranza vs opposizione” verso un’idea di responsabilità condivisa, almeno sul metodo.

Nel suo impianto emerge un’idea semplice e sovversiva per i tempi: ringraziare tutto il Consiglio, “anche la minoranza” con quel mezzo scarto linguistico che è già dichiarazione politica (“mi dispiace chiamarla minoranza”), e rivendicare che la credibilità non si difende con l’orgoglio, ma con la capacità di ammettere che “qualcosa non è andato” e che bisogna chiudere la legislatura in modo ordinato, con atti chiari e tempi stretti.

Qui si incrocia il tema “dimissioni sì o no”, che nei sottotesti del Consiglio diventa un referendum su che cosa significhi salvare l’istituzione.

Da un lato, la minoranza (grazie alla quale si è celebrato il consiglio comunale monotematico del 26) insiste sull’opzione delle dimissioni collegiali come scelta politica “alta”, ribadendo anche un punto: discutere in aula, non nei comunicati social, e distinguere tra dimissioni dell’assise e dimissioni del sindaco. Dentro questo filone, pesa la frase che torna come martello: altrove non è stato arrestato un assessore, qui sì, usata come segnale di eccezionalità del momento.

Dall’altro lato, la maggioranza risponde con una compattezza che è anche un riflesso di sopravvivenza: molti interventi letti, tono da “presa di posizione”, e soprattutto la costruzione di un nemico esterno, la stampa, come se nominare il problema equivalesse già a risolverlo.

È in questa crepa che si inserisce l’uscita più politicamente rivelatrice, quella del consigliere Maurelli, che rovescia il tavolo: se l’opposizione ritiene le dimissioni la soluzione migliore, “fatelo pure voi”, senza trascinare l’intera assise. È una frase che non è solo una provocazione: è la dichiarazione che la maggioranza non intende accettare una “responsabilità collettiva” in forma di autoscioglimento politico, e preferisce trasformare l’istanza in una scelta individuale, quasi privata.

Il punto di Cassano, allora, diventa il vero test: si può aprire un dialogo reale con la minoranza senza che sembri un inciucio? Lui prova a dirlo esplicitamente, anche con immagini popolari (niente “pizze” mischiate a fine legislatura, niente “segrete sagrestie”), proponendo strumenti istituzionali come la conferenza dei capigruppo per definire un indirizzo. Ma proprio lì scatta la diffidenza: chi teme l’accordo sottobanco lo vede come rischio, chi teme il caos lo vede come necessità.

E questa è la fotografia finale: Modugno non sta discutendo solo di dimissioni, commissioni o comunicati. Sta litigando su una domanda più nuda:

in una fase di accesso ispettivo e sfiducia diffusa, l’aula vuole essere un luogo di verità o un teatro di autodifesa?

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