L’assessore alla Cultura di Modugno ripercorre l’esperienza sportiva vissuta tra gli anni Settanta e Ottanta: allenamenti estenuanti, campi improvvisati, trasferte nel Salento e un ricordo che resta «impagabile»
Da capitano ad assessore. La parabola di Stella Sanseverino è segnata da un grande amore che si chiama pallavolo. Pochi sanno che prima dell’impegno in Palazzo di Città come assessore alla Cultura, è stata tra i primi capitani della squadra femminile di Modugno. Un’esperienza iniziata negli anni Settanta e protrattasi fino ai 28 anni, che ripercorre con entusiasmo definendola una delle pagine più belle della propria crescita personale.
Gli inizi nella palestra di via Napoli
La storia comincia nella piccola palestra della scuola di via Napoli, dove la prima squadra maschile aveva già raggiunto livelli altissimi. Le ragazze la seguivano con allenamenti molto intensi, che comprendevano anche l’uso dei pesi. «Avevamo trasformato il nostro corpo post-adolescenziale in un corpo di atlete quasi da forme mascoline», ricorda Sanseverino, che a 17 anni ricevette dal padre un monito affettuoso: smettere, per non perdere la femminilità. Lei proseguì invece fino ai 28 anni, affiancando allo sport la passione per il teatro.
Un campo troppo piccolo e il trasferimento a Bitetto
Le condizioni di partenza erano tutt’altro che agevoli. Il campo era così piccolo che, durante la battuta, il braccio delle giocatrici spesso incontrava il muro alle spalle. Per questo la Federazione smise di omologarlo, lasciando Modugno senza un impianto dove giocare. La squadra femminile decise allora di trasferirsi all’ippodromo degli Ulivi, un villaggio nel territorio di Bitetto.
Anche lì le difficoltà non mancarono: le atlete ricevettero tute verde pisello, scelte per richiamare i colori dell’ippodromo. «Eravamo quindi non più modugnesi, ma bitettesi», racconta con ironia Sanseverino, che ricorda come quelle divise fossero considerate «terribili», ma anche motivo di orgoglio.
Il campo all’aperto, il vento e le docce gelide
Prima di trovare una sistemazione definitiva, la squadra giocò anche su un campetto all’aperto nei pressi di una cava, su un fondo di terriccio e cemento. Il vento condizionava spesso le azioni: se la palla veniva alzata troppo, seguiva le correnti più che le direzioni di gioco. Per recuperare il pallone le ragazze dovevano talvolta avventurarsi vicino alla cava.
Dopo le partite, le docce erano altrettanto memorabili: acqua gelida in sfollatoi con vetri rotti alle finestre. «Eppure nessuna di noi si tirava indietro», sottolinea l’assessore, che conserva ancora l’abitudine della doccia svedese, alternando acqua bollente e ghiacciata.
Trasferte, autostop e scherzi al mister
Per raggiungere l’ippodromo, spesso prive di un mezzo proprio, le giocatrici chiedevano passaggio lungo la strada, con regole di prudenza precise: non viaggiare da sole e non accettare passaggi da un unico autista. Un episodio rimase però impresso: una compagna, arrivata in ritardo, accettò un passaggio da un uomo da solo e fu costretta a buttarsi dall’auto alla prima sosta quando questi non si fermò all’ippodromo.
Le trasferte nel Salento, invece, erano tra i ricordi più belli: squadre accoglienti, paesini da scoprire e un clima di competizione unito alla sorellanza. Diverso fu l’episodio del Foggiano, quando la squadra venne presa a pietre al termine di una partita e le giocatrici si rifugiarono sotto i sedili del pullman. Tra i ricordi più affettuosi restano anche gli scherzi notturni organizzati ai danni del mister Gianni Balsamo.
Dodici anni da capitana e il momento dell’addio
Ha ricoperto il ruolo di capitana per dodici anni, affrontando campionati in serie D e trasferte in tutto il territorio leccese. Ha lasciato la squadra quando il lavoro in banca e la consapevolezza di dover lasciare spazio alle nuove generazioni hanno reso necessario un cambio di rotta.
«Era un nostro limite l’altezza», spiega: la squadra non superava quasi mai il metro e sessantasei, mentre una sola schiacciatrice oltrepassava il metro e settanta. «Sognavo persino di notte di elevarmi fino a far uscire le braccia dalla rete per schiacciare», confida. Il mister le aveva proposto di restare nella dirigenza, ma lei, come molte compagne, preferì chiudere il rapporto: «Il gioco ci attirava così tanto che era una sofferenza guardarlo dall’esterno».
Il prezzo fisico e il valore della squadra
Un’esperienza vissuta «da pionieri», che ha lasciato segni: molte ex compagne portano ancora problemi alla colonna vertebrale. Ma nessuna, assicura Sanseverino, direbbe oggi di non rifarlo. «È stata una palestra importantissima di vita, di sacrifici, di capacità di superare le difficoltà».
Un grazie speciale va al mister Gianni Balsamo, che ha coinvolto nella progetto anche la propria famiglia. «Mi ha lasciato un ricordo bellissimo, condiviso con tutta la squadra», dice l’assessore, che non esclude un possibile ritorno in campo con le ex compagne: «Sarebbe bello ritrovarci in campo, magari senza muoverci troppo».
Lo sport e la scuola: un equilibrio da costruire
Alla luce della propria esperienza, Sanseverino lancia un messaggio alle ragazze che oggi vivono la doppia condizione di studentesse e sportive. «La scuola è una scuola di vita, ma anche lo sport di squadra lo è», afferma. Non bisogna scegliere tra le due passioni, ma trovare un equilibrio che permetta di crescere in modo completo.
«La passione per lo sport e l’impegno che comporta fa parte della crescita della persona», conclude. E se lo sport le ha insegnato qualcosa, è stato sicuramente il sacrificio, la condivisione e il valore del gruppo, quel senso di squadra resta per lei «impagabile».