La mostra di Andrea Rapisarda a Modugno, organizzata da Cardo Possibile. L’intervista
Da Lunedì, fino al 7 luglio, Modugno ospiterà, al palazzo della Cultura, la mostra fotografica “YIELD, affrontare l’ansia un rullino alla volta”. Si tratta di scatti che vogliono immortalare un’emozione che spesso fa paura e che sovrasta: l’ansia. L’artista, appena 25enne, ha deciso di parlare di questo stato che lo riguarda in prima persona ma che riguarda tutti noi. La fotografia diventa quindi uno strumento terapeutico per scandagliare l’anima e prendere coscienza di una forza e di un senso di completezza e sicurezza che, spesso, manca nelle nuove generazioni, ma non solo. Il viaggio artistico, attraverso le fotografie di affetti e uomini e donne di ogni giorno, che Andrea Rapisarda compie copre un periodo della sua vita che inizia nel 2024 fino ad oggi. Un viaggio che non ha ancora una destinazione, ma che insegna, attraverso le immagini e un linguaggio diverso dalle parole, a riconoscere le proprie fragilità, accettarle e trasformarle da debolezza a punto di forza.
Da dove nasce questa esigenza di espressione artistica come mezzo terapeutico?
Sono in terapia dal 2023, e l’ansia è stata sempre una costante. Ho iniziato a scattare perchè mi piaceva l’idea che fosse uno strumento analogico, al contrario di quello di cui mi occupo, cioè la sicurezza digitale. Ho iniziato con la Street Photography e ho subito capito che quella era la mia strada, immortalando contesti urbani. Dopo due anni ho anche prodotto un piccolo libro, con 32 scatti, per renderlo reale, da regalare ai miei affetti più cari con quelle che ho ritenuto le foto più belle. Ma non avrei mai pensato, allora, che potessero interessare ad altri.
Cosa ricercavi nella fotografia?
La macchina fotografica mi ha permesso di rallentare, di pensare, di prendermi i miei tempi. Tutto questo calma l’ansia. Ma non solo. Riesco a cogliere barlumi di essenza delle persone che fotografo, le loro fragilità, le difficoltà, mi sento connesso con loro e mi ha permesso di identificarmi nei miei soggetti. Alla fine ho scoperto che non sono solo, che tutti stanno combattendo le loro battaglie quotidiane facendo del loro meglio.
La tua prima mostra personale, ma non ti reputi un artista
Non mi ritengo un artista, ma una persona con la sindrome dell’impostore. Io per primo non ho considerato subito la possibilità che queste mie piccole espressioni artistiche potessero interessare a qualcuno che non fosse della mia famiglia o amici. Per questo devo ringraziare la mia compagna, Antonella Sgobba, che ha visto quello che io non ero mai riuscito a vedere e mi ha dato il coraggio di provarci perchè, da qualche parte, c’è forse un ragazzo, come me, che vendendo queste foto potrà capire di non sentirsi solo e troverà la forza di affrontare l’ansia, così come sto facendo io. Un ringraziamento speciale va anche ad un mio carissimo collega e amico, Ivano e l’associazione modugnese Cardo Possibile che mi hanno permesso di realizzare il sogno di organizzare la mostra. Sono molto emozionato.
Quale messaggio vuoi comunicare con questa mostra?
Voglio semplicemente dire a chiunque possa sentirsi come mi sono spesso sentito io, insicuro e ansioso, che non è solo. Ma è anche importante capire che la sensazione di fondamenta che mancano, di aspettative troppo elevate che caratterizzano spesso la generazione Z, è assolutamente concreta e reale. Ho sempre paragonato la nostra generazione come quella dei 20enni della Prima guerra mondiale, la paura, anche se ovviamente in condizioni diverse, è la stessa, solo che la nostra è più nascosta. L’ansia può essere infida, spesso viene banalizzata, ma è reale. Solo riconoscendola, accettandola e chiedendo aiuto si può poi trovare uno strumento per esorcizzarla e farci pace, trovando il proprio strumento terapeutico. Così come ho fatto io nell’arte.


